Approfondiamo l’argomento con la dottoressa Chiara Massaglia, geriatra dell’ambulatorio di Geriatria di Humanitas Gradenigo.
A partire da quale età ha senso rivolgersi a un geriatra?
Il tema dell’età, in geriatria, è meno rigido di quanto si possa pensare. Tradizionalmente, la soglia di riferimento veniva individuata intorno ai 65 anni, un criterio più “concettuale” che clinico, legato all’idea storica di inizio dell’età anziana. Oggi però questa distinzione è diventata molto più sfumata.
L’allungamento dell’aspettativa di vita e il miglioramento delle condizioni generali di salute hanno reso meno netta la separazione tra età adulta e età anziana. Non è raro incontrare persone di 80 anni con un livello di autonomia e condizioni generali paragonabili a quelle di un 65enne, così come soggetti più giovani che presentano già un quadro di fragilità complessa. Per questo motivo, parlare esclusivamente di età anagrafica rischia di essere riduttivo.
In linea generale, però, il riferimento dei 65 anni resta ancora oggi un punto di partenza utile, soprattutto in ottica preventiva. È da questa soglia in avanti che aumenta la probabilità di sviluppare più patologie contemporaneamente e di assumere terapie multiple, con conseguente necessità di una valutazione globale. Non a caso, proprio in questa fascia d’età diventa più frequente la compresenza di tre o più condizioni cliniche, che richiedono un inquadramento complessivo e non frammentato.
Qual è il ruolo dell’ambulatorio di geriatria rispetto ad altri specialisti?
La geriatria si distingue dalle altre specialità perché non si concentra su un singolo organo o su una singola patologia, ma prende in carico la persona nella sua complessità. Con l’avanzare dell’età, infatti, è molto frequente la coesistenza di più condizioni cliniche: disturbi cardiovascolari, metabolici, cognitivi, motori. A questo si aggiunge spesso l’assunzione contemporanea di più terapie farmacologiche, che nel tempo possono sommarsi e diventare difficili da gestire.
In questi casi, il rischio non è solo quello legato alle singole patologie, ma anche alle loro interazioni. Farmaci prescritti da specialisti diversi possono interferire tra loro, aumentare gli effetti collaterali o, al contrario, non essere più adeguati rispetto alla situazione clinica attuale. È qui che emerge il valore aggiunto della valutazione geriatrica.
Il geriatra interviene proprio con una visione d’insieme: ricostruisce il quadro clinico globale, mette in relazione le diverse diagnosi e rilegge le terapie in funzione dell’equilibrio complessivo della persona. L’obiettivo non è semplicemente “curare di più”, ma curare meglio, evitando sovraccarichi terapeutici e privilegiando la sostenibilità delle cure nel tempo.
In molti casi questo significa anche semplificare le terapie, ridurre i farmaci non più necessari o ricalibrarne i dosaggi, con un’attenzione costante alla qualità di vita. La geriatria, in questo senso, si colloca come una figura di coordinamento tra le diverse specialità, con una funzione di sintesi che diventa particolarmente preziosa nei pazienti più fragili o complessi.
Come si svolge una valutazione geriatrica?
La visita si basa innanzitutto su un’anamnesi accurata e strutturata. Non si tratta solo di raccogliere informazioni sulla storia clinica, ma di ricostruire in modo dettagliato la vita quotidiana della persona: le abitudini, il livello di autonomia, le eventuali difficoltà nello svolgimento delle attività di tutti i giorni e i cambiamenti osservati nel tempo. È un passaggio centrale, perché permette di individuare precocemente eventuali aree di fragilità.
A questa prima fase segue la revisione di tutta la documentazione clinica disponibile. Esami del sangue, referti specialistici, terapie in corso: tutto viene analizzato in un’ottica integrata, per evitare valutazioni frammentate e ricostruire invece un quadro complessivo della situazione. Se necessario, il geriatra può richiedere ulteriori accertamenti, sia laboratoristici sia strumentali, per approfondire aspetti specifici.
Quando emerge un sospetto di compromissione cognitiva, la valutazione si arricchisce con test neuropsicologici approfonditi. Si tratta di strumenti che consentono di analizzare in modo preciso le diverse funzioni mentali, come memoria, attenzione, linguaggio e capacità esecutive. L’obiettivo non è soltanto arrivare a una diagnosi, ma comprendere il profilo funzionale della persona, individuando i punti di forza e le aree di maggiore difficoltà su cui costruire eventuali percorsi di intervento.
Esistono percorsi di trattamento oltre ai farmaci?
Uno degli aspetti più rilevanti e in continua evoluzione della geriatria riguarda proprio l’integrazione tra terapia farmacologica e interventi non farmacologici, che oggi rappresentano una parte centrale del percorso di cura. Accanto ai farmaci, quando necessari, trovano sempre più spazio i programmi di stimolazione e riabilitazione cognitiva.
Si tratta di percorsi strutturati che lavorano sulle diverse funzioni mentali, come memoria, attenzione e capacità di organizzazione, con l’obiettivo di mantenere e potenziare le abilità residue. In pratica, una sorta di “allenamento” costante della mente, che può contribuire in modo significativo a rallentare il declino e a migliorare la qualità della vita quotidiana.
A questo si aggiunge un altro elemento fondamentale: la componente motoria. Le evidenze cliniche mostrano infatti una stretta connessione tra movimento e funzioni cognitive. L’attività fisica, anche adattata alle condizioni della persona, non ha solo un effetto sul corpo, ma influisce positivamente anche sulla sfera cognitiva ed emotiva. Per questo motivo, lavorare in parallelo su mente e movimento rappresenta una strategia efficace per preservare il più a lungo possibile l’autonomia e la funzionalità complessiva dell’anziano.
Che ruolo hanno i familiari e i caregiver?
Il caregiver è una figura centrale all’interno del percorso di cura della persona anziana e, allo stesso tempo, una delle più esposte dal punto di vista emotivo e organizzativo. Nella maggior parte dei casi, si tratta di un familiare che si trova a gestire progressivamente un carico assistenziale sempre più complesso, spesso senza una preparazione specifica.
Per questo motivo, l’approccio geriatrico non può limitarsi esclusivamente al paziente, ma deve necessariamente includere anche chi se ne prende cura ogni giorno. Il supporto al caregiver non è un aspetto secondario: fornire indicazioni pratiche, strumenti di gestione e punti di riferimento chiari significa ridurre il rischio di sovraccarico, stress cronico e burnout, che sono condizioni purtroppo molto frequenti in questi contesti.
Accompagnare un familiare anziano, soprattutto quando compaiono fragilità cognitive o perdita di autonomia, è un processo lungo e impegnativo. Poter contare su un’équipe che prende in carico non solo la persona, ma l’intero nucleo familiare, rappresenta un elemento fondamentale per garantire continuità assistenziale e una gestione più equilibrata della quotidianità. In questo senso, il lavoro integrato tra professionisti e familiari diventa una risorsa essenziale per affrontare in modo più efficace le difficoltà che possono emergere nel tempo.
L’approccio dell’Ambulatorio di Geriatria di Humanitas Gradenigo
All’interno di Humanitas Gradenigo, l’ambulatorio di Geriatria propone un percorso di presa in carico strutturato e multidisciplinare, che mette al centro la persona nella sua globalità e non solo il singolo sintomo o la singola patologia. È nato circa due anni fa da un’iniziativa della dottoressa Claudia Crescenti ed è attualmente gestito da un’équipe composta da tre geriatre (Claudia Crescenti, Chiara Massaglia e Margherita Marchetti) e una neuropsicologa, la dottoressa Camilla Carbone.
Il modello di lavoro si fonda su una stretta integrazione tra diverse figure professionali, in particolare tra geriatra e neuropsicologo. Le valutazioni vengono condivise e integrate, così come la restituzione finale al paziente e ai familiari, in modo da offrire un inquadramento il più possibile completo e coerente. Questo approccio consente di costruire percorsi realmente personalizzati, che possono essere attivati a partire da una visita geriatrica oppure da una valutazione cognitiva, a seconda del bisogno specifico.
L’obiettivo non è esclusivamente quello diagnostico, ma anche e soprattutto quello di accompagnare la persona nel tempo. Accanto all’inquadramento clinico, infatti, vengono fornite strategie concrete per preservare l’autonomia, rallentare l’evoluzione delle fragilità e migliorare la qualità di vita quotidiana.
Dalla prevenzione alla gestione delle situazioni più complesse, l’ambulatorio si configura come un punto di riferimento per pazienti e familiari che cercano un approccio integrato, continuativo e orientato non solo alla cura, ma anche alla sostenibilità della vita quotidiana nel lungo periodo.

