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Depressione e ansia nel puerperio: i segnali per proteggere mamma e bambino

La gravidanza e il periodo successivo al parto – il puerperio – rappresentano una fase di profondo cambiamento per la donna, non solo dal punto di vista fisico e ormonale, ma anche psicologico e relazionale. In questo passaggio delicato, è normale che la donna attraversi momenti di fragilità emotiva. Tuttavia, in alcuni casi, ansia e depressione possono assumere caratteristiche cliniche che richiedono attenzione, supporto e cura.

Ne parliamo con il dottor Giampiero De Marzi, psichiatra di Humanitas Medical Care Principe Oddone

Cos’è la depressione post partum e quanto dura

La depressione post partum è un disturbo dell’umore che può comparire nelle settimane successive alla nascita del bambino, generalmente tra le 4 e le 6 settimane dopo il parto, ma può manifestarsi fino a un anno dopo il parto, e colpisce circa il 13% delle donne.

È importante distinguere la depressione post partum, una condizione patologica, dal cosiddetto maternity blues (o “lacrime da latte”), una forma lieve e transitoria di instabilità emotiva molto frequente nei primi giorni dopo il parto. Il maternity blues, infatti, è legato soprattutto alla stanchezza, ai cambiamenti ormonali e alle prime difficoltà pratiche, come l’avvio dell’allattamento, ma tende a risolversi spontaneamente.

La depressione post partum, invece, è più intensa e persistente, e sebbene nella maggior parte dei casi tenda a migliorare nei mesi successivi al parto, in circa un terzo delle donne può cronicizzarsi se non riconosciuta e trattata.

Nei casi più gravi, seppur rari (3-5%), può evolvere in psicosi post partum, una condizione acuta caratterizzata da perdita di contatto con la realtà e che richiede un intervento medico urgente.

Depressione post partum, i sintomi da non sottovalutare

La depressione post partum è spesso sottovalutata, perché alcuni segnali possono essere confusi con la normale fatica del periodo. Tuttavia, alcuni sintomi specifici meritano attenzione. Ad esempio:

  • senso di inadeguatezza, soprattutto rispetto al ruolo materno
  • difficoltà o frustrazione legate all’allattamento
  • perdita di piacere nelle attività quotidiane e nel rapporto con il neonato
  • astenia profonda e persistente
  • sensazione di abbandono e solitudine
  • rifiuto o distacco dal partner
  • gelosia nei confronti del neonato, vissuto come “intrusivo” nella propria vita.

Questi vissuti possono generare un forte senso di colpa nella madre, contribuendo a un ulteriore isolamento emotivo.

Depressione e ansia post partum: i fattori di rischio

Non tutte le donne sviluppano depressione o ansia nel puerperio. Esistono però alcuni fattori che possono aumentare il rischio:

  • Precedenti disturbi psichiatrici: una storia personale di depressione o ansia rappresenta uno dei principali fattori predisponenti
  • Parto difficoltoso o cesareo: può influire negativamente sull’esperienza emotiva della nascita
  • Condizioni mediche del neonato: ad esempio prematurità o necessità di separazione dalla madre per cure specialistiche subito dopo il parto
  • Assenza o difficoltà nell’allattamento: l’allattamento al seno ha un ruolo protettivo sia psicologico sia fisico, quando possibile
  • Scarso supporto del partner: il passaggio da coppia a genitori può creare squilibri e tensioni, soprattutto se il partner non è preparato al nuovo ruolo
  • Rete di supporto insufficiente: la mancanza di figure di riferimento può aumentare il senso di solitudine.

Il ruolo del partner e della rete di supporto

La nascita di un figlio modifica profondamente gli equilibri familiari, la relazione di coppia, la sessualità e la distribuzione dei ruoli. Il partner però ha un ruolo fondamentale nel post parto e nella prevenzione dei fenomeni di ansia e depressione. Infatti, sostenere la partner-neomamma dopo il parto significa permetterle di dedicarsi al neonato senza sentirsi sola, e mitigando sentimenti di inadeguatezza che possono insorgere in una donna impreparata ad affrontare il rapporto e la cura del suo bambino.

Tuttavia, anche il partner può vivere difficoltà emotive, talvolta legate a un senso di esclusione o impreparazione. Accanto al partner, la figura della madre della puerpera (la nonna materna) rappresenta spesso un punto di riferimento centrale. Questo ruolo è ben rappresentato nel celebre dipinto di Leonardo da Vinci dedicato a Sant’Anna, dove la nonna tiene in braccio la figlia – e la guarda amorevolmente -, che a sua volta tiene in braccio il suo bambino.

Il significato simbolico è chiaro: la madre non insegna direttamente alla figlia come essere madre, ma si prende cura della propria figlia e del suo benessere, permettendole di crescere nel nuovo ruolo. La madre-nonna è una presenza discreta, non giudicante e non sostitutiva della propria figlia, ma favorisce l’adattamento sano e graduale alla maternità.

Quando è necessario rivolgersi al medico?

Ansia e depressione nel puerperio non sono segni di debolezza, ma condizioni cliniche che possono colpire molte donne in un momento di grande vulnerabilità. Parlarne apertamente e superare lo stigma del “non sentirsi adeguate” può aiutare a proteggere la salute della madre e del bambino.

Una rete di supporto attenta, un partner coinvolto e un riconoscimento precoce dei sintomi possono fare la differenza nel percorso di cura e nella qualità della relazione madre-figlio. Pertanto, quando i sintomi persistono oltre le prime settimane e l’umore depresso interferisce con la cura del bambino o con la vita quotidiana, è importante parlarne con il proprio partner o con le persone di riferimento, e rivolgersi al medico per un supporto psicologico e di terapia.

Se emergono pensieri negativi intensi o sentimenti di rifiuto verso il neonato, o si nota una perdita di contatto con la realtà o uno stato di forte confusione, è importante rivolgersi tempestivamente a un professionista.

Il coinvolgimento di un medico esperto in disturbi depressivi del puerperio consente di intervenire prevenendo la cronicizzazione del disturbo depressivo e gli esiti peggiori per la vita della mamma e del neonato, anche con l’utilizzo di terapia farmacologica, quando necessario.

 

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