Urologia, luce del laser “brucia” il tumore della prostata

giovanni muto

L’Urologia di Humanitas Gradenigo, diretta dal professor Giovanni Muto, utilizza la terapia fotodinamica, nuovo trattamento per i tumori della prostata a basso rischio che elimina le cellule tumorali preservando continenza urinaria e potenza sessuale del paziente.

 

Si chiama terapia fotodinamica ed è il nuovo trattamento per i tumori della prostata a basso rischio: lo utilizza la Struttura universitaria di Urologia dell’Ospedale Humanitas Gradenigo, diretta dal professor Giovanni Muto e coinvolta nello studio che riguarda altri due ospedali italiani (San Raffaele di Milano e Federico II di Napoli) e prevede l’utilizzo della luce del laser per “bruciare” il tumore senza danneggiare continenza urinaria e potenza sessuale del paziente.

«L’evoluzione di questo tipo di tumori è incerta – spiega il professor Muto -: alcuni possono restare tali per anni senza creare problemi, altri possono invece andare in progressione, diventare aggressivi e generare situazioni talvolta gravi». SI tratta di tumori monolaterali, presenti cioè su un solo lato della prostata, per i quali è previsto il programma di sorveglianza attiva che comprende controlli periodici con esecuzione di test del PSA, risonanza magnetica e biopsia. «È una situazione che spesso angoscia il paziente – aggiunge il professor Muto -, comprensibilmente timoroso verso l’evoluzione della malattia. Questi pazienti non accettano la situazione di attesa e vorrebbero togliere il tumore, ma non sono disposti a perdere continenza urinaria e potenza sessuale».

Fino a ieri a occuparsi di questi tumori erano ultrasuoni focalizzati e crioterapia che utilizzavano rispettivamente il caldo e il freddo per cercare di neutralizzare il tumore. «Ma con un successo limitato – afferma il professor Muto -. La tecnica fotodinamica risulta invece efficace in virtù dell’iniezione di padeliporfina, sostanza che viene attivata dalla luce: gli aghi inseriti all’interno della prostata utilizzano l’energia laser per attivare il farmaco e “bruciare” il lobo prostatico interessato dalla malattia».

Si tratta di un laser non termico a bassa potenza che, attraverso un processo di foto-attivazione, uccide le cellule tumorali preservando il tessuto sano circostante. Le fibre laser vengono introdotte all’interno della prostata attraverso la regione perineale e sotto la guida di un sistema ecografico. A quel punto entra in scena la padeliporfina, farmaco che si attiva solo nella parte di prostata illuminata dal laser e preserva la funzionalità urinaria e sessuale. «Alla terapia fotodinamica possono essere sottoposti solo determinati pazienti – puntualizza il professor Muto -. Il tumore deve essere di bassa aggressività e localizzato esclusivamente in un solo lobo della prostata».

Gli studi finora realizzati dicono che la terapia fotodinamica risulta più efficace delle altre metodiche di chirurgia focale e che, concentrandosi sui tessuti malati, riduce in maniera significativa il rischio di sviluppare tumori di grado superiore. Di norma, l’intervento dura circa un’ora e mezza e il paziente può tornare a casa nel giro di 24/48 ore.

Oggi il tumore della prostata rappresenta la neoplasia più frequente tra i soggetti di sesso maschile e detiene oltre il 20 per cento di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni di età. In considerazione della diversa aggressività delle differenti forme tumorali, il carcinoma prostatico occupa il terzo posto nella scala della mortalità e mette insieme l’8 per cento di tutti i decessi oncologici: nella quasi totalità dei casi riguarda maschi al di sopra dei 70 anni. In Italia, la sopravvivenza a cinque anni degli uomini con tumore della prostata è pari al 91,4 per cento, passando da un massimo di 96,4 per cento tra i 65 e i 74 anni di età a un minimo di 52,1 per centro tra chi ha più di 85 anni. La sopravvivenza a dieci anni è invece pari a 90 per cento.