Molte terapie possono influenzare la funzione della tiroide, il metabolismo, l’appetito e i livelli di prolattina, modificando temporaneamente i risultati degli esami del sangue. La valutazione attenta e il monitoraggio specialistico permettono di fornire indicazioni personalizzate e di gestire gli effetti collaterali in sicurezza, senza compromettere trattamenti necessari.
Non sempre un esame del sangue alterato indica la presenza di una patologia. Spesso, dietro a valori “sballati” possono esserci farmaci o integratori, capaci di influenzare i valori ematici legati a tiroide, metabolismo e prolattina. Conoscere questi effetti è essenziale per interpretare correttamente i test, evitare preoccupazioni inutili e gestire in modo sicuro eventuali modifiche delle terapie.
Approfondiamo l’argomento con la dottoressa Stefania Corvisieri, responsabile dell’ambulatorio di Gestione del Peso presso Humanitas Gradenigo di Torino.
È vero che alcuni farmaci possono interferire con la funzionalità tiroidea?
Alcuni farmaci contengono grandi quantità di iodio, un minerale essenziale per il funzionamento della tiroide, ma che – se presente in quantità molto elevate – può modificarne l’attività. Tra i più noti c’è l’amiodarone, un farmaco usato soprattutto dai cardiologi per trattare la fibrillazione atriale nelle persone più anziane.
In alcuni casi, l’amiodarone modifica solo i valori degli esami, come TSH, FT3 e FT4, senza provocare problemi clinici reali. In chi ha già una patologia tiroidea di base, come tiroidite autoimmune o nodi tiroidei, può invece provocare ipotiroidismo, cioè una produzione insufficiente di ormoni tiroidei, che si gestisce con una terapia sostitutiva senza dover interrompere il farmaco. Più raramente può insorgere ipertiroidismo, un aumento eccessivo degli ormoni tiroidei, che richiede monitoraggio attento e, in alcuni casi, la sospensione temporanea del farmaco, sempre sotto controllo cardiologico.
Anche i mezzi di contrasto iodati utilizzati in radiologia o in cardiologia possono influenzare la tiroide. Dopo la somministrazione, i valori tiroidei possono risultare alterati nei giorni successivi, soprattutto in chi ha già problemi alla tiroide.
Poi c’è il litio: non si usa solo come antidepressivo, ma anche nel trattamento del disturbo bipolare e della schizofrenia. Può provocare ipotiroidismo in una percentuale variabile di pazienti, dall’8 al 30%, e può causare gozzo, cioè un aumento del volume della tiroide, nel 15% dei casi.
Altri farmaci meno comuni, ma comunque rilevanti, comprendono alcune chemioterapie, farmaci biologici e l’interferone alfa, utilizzato per trattare alcuni tumori o la sclerosi multipla.
Esistono infine sostanze che non alterano realmente la funzione della tiroide, ma possono interferire con la lettura degli esami, producendo risultati falsamente alterati. Ad esempio, alte dosi di cortisone possono ridurre leggermente il TSH, senza però modificare la funzione tiroidea reale. Un caso particolare è la biotina, un integratore molto diffuso per capelli e unghie e talvolta utilizzato in alcune patologie neurologiche, che può simulare un ipertiroidismo se assunta a dosaggi elevati. Nella maggior parte dei comuni integratori per gli annessi cutanei le quantità sono molto più basse di quelle necessarie per creare interferenze, generalmente meno di 10 mg al giorno. Solo dosi molto elevate, superiori a 300 mg, possono influenzare significativamente i risultati degli esami. Per sicurezza, è comunque consigliabile sospendere la biotina almeno 3-5 giorni prima degli esami della tiroide, così da ottenere valori affidabili e corretti.
Altri farmaci possono alterare i valori legati al metabolismo?
Alcuni farmaci possono modificare il senso della fame e, di conseguenza, influire sul peso corporeo e su parametri ematici come glicemia e lipidi. Tra i più noti c’è il bupropione, un antidepressivo che agisce sui centri ipotalamici che regolano la sazietà. Questo farmaco riduce significativamente l’appetito e molti pazienti notano una perdita di peso spontanea. Proprio per questa caratteristica, il bupropione, in combinazione con il naltrexone, è stato approvato come trattamento per l’obesità, perché aiuta a controllare l’alimentazione senza ricorrere a diete drastiche.
Al contrario, diversi farmaci aumentano la fame. Tra gli antidepressivi, l’amitriptilina, la paroxetina e il litio possono stimolare l’appetito; quest’ultimo ha effetti sia sul metabolismo sia sulla tiroide. Tra gli antipsicotici, l’olanzapina è particolarmente rilevante: oltre a stimolare la fame, può ridurre la sensibilità all’insulina, aumentando la glicemia e favorendo l’accumulo di grasso. L’incremento dell’appetito porta spesso a un maggiore consumo di calorie e carboidrati, con conseguenze sul profilo lipidico e sui trigliceridi.
I cortisonici rappresentano un’altra categoria di farmaci che possono favorire l’aumento di peso. Stimolano l’appetito e provocano ritenzione di sodio e liquidi, con conseguente aumento ponderale. A dosi elevate e per periodi prolungati, possono indurre il cosiddetto diabete “metasteroideo”, caratterizzato da glicemia alta e alterazioni metaboliche. Nei casi più estremi, l’uso cronico può portare alla sindrome di Cushing iatrogena, con obesità centrale, accumulo di grasso viscerale, viso gonfio e edematoso, gambe gonfie, irregolarità mestruali, comparsa di peluria e altri segni clinici tipici.
Ci sono terapie che possono alterare i livelli di prolattina?
Infine, diversi farmaci possono aumentare i livelli di prolattina, un ormone prodotto dall’ipofisi che ha un ruolo fondamentale durante la gravidanza e allattamento, stimolando la produzione di latte materno. Tuttavia, quando aumenta per altri motivi, la prolattina può causare effetti indesiderati, soprattutto nelle donne in età fertile: mestruazioni irregolari, assenza di ciclo per mesi e secrezione di latte dai capezzoli anche in assenza di gravidanza.
Tra i farmaci più noti che possono provocare questo effetto ci sono alcuni farmaci gastrointestinali utilizzati come anti-nausea, come il domperidone e il metoclopramide. Anche alcuni contraccettivi orali possono leggermente aumentare la prolattina, ma in questo caso l’effetto è minimo: la pillola regola artificialmente il ciclo e può dare, al massimo, una lieve secrezione dai capezzoli senza comportare rischi clinici.
Altri farmaci che possono alzare la prolattina includono diversi antidepressivi e antipsicotici. Tra gli antidepressivi troviamo amitriptilina, citalopram, fluoxetina, paroxetina e sertralina. Anche il litio e, in alcuni casi, il bupropione possono influenzare leggermente la prolattina. Tra gli antipsicotici, l’olanzapina è noto per provocare aumenti significativi.
Questi effetti indotti dai farmaci sono reversibili?
Nella maggior parte dei casi, gli effetti dei farmaci su prolattina, tiroide, metabolismo e peso corporeo sono reversibili: sospendendo o modificando la terapia, i valori degli esami tornano progressivamente alla normalità. Questo riguarda, ad esempio, antidepressivi, antipsicotici e farmaci gastrointestinali.
Esistono alcune eccezioni: farmaci come l’amiodarone, per via del suo alto contenuto di iodio e della lunga permanenza nell’organismo, possono avere effetti più duraturi sulla tiroide. In generale, è fondamentale coordinarsi con lo specialista che ha prescritto il farmaco – ad esempio lo psichiatra nel caso di antidepressivi o antipsicotici – prima di interrompere o modificare la terapia.
Un punto di riferimento per la gestione integrata dei farmaci
In Humanitas Gradenigo l’Ambulatorio di Gestione del Peso offre un supporto specializzato per comprendere e gestire gli effetti dei farmaci su tiroide, prolattina, metabolismo e peso corporeo. L’approccio è multidisciplinare: ogni percorso prevede un’attenta valutazione clinica dei farmaci assunti, l’analisi dei valori ematici e la collaborazione con altri specialisti.
L’obiettivo non è solo interpretare correttamente gli esami e individuare eventuali alterazioni, ma anche fornire strategie concrete per ridurre o prevenire effetti collaterali, senza compromettere le terapie indispensabili.

