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Disturbi neurocognitivi e demenze: il nuovo percorso diagnostico

Perdita della memoria, episodi confusionali, difficoltà a gestire le attività più semplici della quotidianità, come può essere il contare i soldi, non ricordare la strada di casa o lasciare il gas aperto: sono alcuni dei segnali che molto spesso mettono in allarme le persone anziane e i loro familiari e che possono essere la spia delle sindromi involutive, come la malattia di Alzheimer.

«Ricevere una diagnosi per tempo e poter intraprendere quanto prima il percorso terapeutico più adatto per il paziente è fondamentale», spiega il dottor Piero Pignatta, Responsabile della Neurologia di Humanitas Gradenigo.

Il progressivo aumento della popolazione anziana ha come risvolto anche quello dell’incremento della prevalenza dei disturbi cognitivi e delle demenze a carattere neurodegenerativo, come la malattia di Alzheimer. Secondo gli ultimi dati pubblicati sulla rivista Lancet si stima che in Italia sono oltre 1,48 milioni persone con demenza, numero destinato ad aumentare del 56% entro il 2050. Cifre dunque importanti: proprio per andare incontro alle crescenti esigenze del territorio, Humanitas Gradenigo propone un nuovo percorso diagnostico.

«Il paziente – racconta il dottor Pignatta – effettua una TAC cranio basale e gli esami del sangue (emocromo, vitamina B12, folati, dosaggi del TSH). Risultati alla mano accede direttamente alla visita neurologica e/o geriatrica a seconda dell’indirizzo, che prevede anche un test neuropsicologico di base, al termine del quale riceve una valutazione diagnostica completa e l’indicazione per eventuali terapie e/o ulteriori approfondimenti. Questo nuovo percorso – prosegue il dottor Pignatta – velocizza sensibilmente l’iter di routine, ed è importante sia per andare ad individuare precocemente le sindromi involutive e i disturbi neurocognitivi, sia per intercettare per tempo quei pazienti che possiamo definire appartenenti alla ‘zona grigia’ del MCI (Mild Cognitive Impairment o Disturbo Cognitivo Lieve) che comunque non necessariamente rappresenta l’anticamera di una forma di demenza, ma anche per rassicurare quei pazienti che invece manifestano una perdita di memoria fisiologica, cioè ascrivibile all’avanzare dell’età”.