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Caduta dei capelli e patologie del cuoio capelluto: come intervenire in tempo

La salute dei capelli dipende da molteplici fattori, tra cui il funzionamento dei follicoli, l’equilibrio ormonale e lo stato del cuoio capelluto. Riconoscere precocemente cadute anomale o segni di infiammazione permette di distinguere tra forme reversibili e condizioni irreversibili, impostando terapie mirate e personalizzate per preservare densità, forza e benessere della chioma.

Approfondiamo l’argomento con il dottor Alberto Valentino, dermatologo e tricologo di Humanitas Medical Care Principe Oddone.

Quando preoccuparci dei nostri capelli?

Alcuni segnali non vanno mai sottovalutati. Una perdita di capelli più abbondante del normale, così come prurito persistente, arrossamento, bruciore o desquamazione del cuoio capelluto, sono tutti campanelli d’allarme che meritano l’attenzione di uno specialista. Anche cambiamenti improvvisi nella densità, nel volume o nella qualità della chioma possono indicare che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe. In alcuni casi, infatti, la caduta dei capelli rappresenta il primo segnale di squilibri metabolici, ormonali o di processi infiammatori che è importante individuare e trattare tempestivamente.

In questo contesto entra in gioco la tricologia, la branca della dermatologia che si occupa delle patologie del capello e del cuoio capelluto. Grazie a strumenti di analisi specifici, il tricologo può comprendere l’origine del problema e impostare il percorso più adatto. Un aspetto fondamentale della valutazione è la distinzione tra alopecie non cicatriziali e alopecie cicatriziali, perché cause, evoluzione e possibilità di trattamento sono profondamente diverse. Le prime, se diagnosticate precocemente, spesso consentono di stimolare la ricrescita; le seconde, invece, richiedono interventi mirati per arrestarne la progressione e preservare la salute del cuoio capelluto.

Quando è “vera” alopecia?

Ognuno di noi nasce con un “tesoretto” di circa 100-150 mila capelli, organizzati in piccole unità follicolari. Queste strutture, simili a minuscole tasche nel cuoio capelluto, possono produrre due, tre o persino quattro capelli ciascuna. Alla loro base si trovano cellule staminali che regolano il ciclo vitale del capello: in condizioni normali, circa l’85% dei capelli è in fase di crescita, il 14% in fase di riposo e solo l’1% si trova nella fase di caduta, con lievi variazioni individuali.

Quando la perdita supera stabilmente i 100 capelli al giorno, si prolunga per più di due settimane e inizia a determinare un diradamento visibile in specifiche aree della testa, è opportuno fermarsi e valutare la presenza di una condizione patologica. L’alopecia, infatti, può manifestarsi in forme diverse: può essere focale, quando colpisce zone circoscritte del cuoio capelluto, oppure diffusa, se interessa più aree contemporaneamente. Inoltre può essere non cicatriziale, situazione in cui la ricrescita è ancora possibile con il trattamento adeguato, oppure cicatriziale, caratterizzata da un danno permanente ai follicoli piliferi.

Cos’è l’alopecia non cicatriziale?

Con l’espressione alopecia non cicatriziale si indicano tutte quelle forme di perdita dei capelli in cui il follicolo pilifero non subisce un danno permanente. In queste condizioni, il capello può smettere temporaneamente di crescere o rallentare il proprio ciclo vitale, ma la struttura follicolare rimane integra e conserva la capacità di produrre nuovi capelli.

La forma più comune è l’alopecia androgenetica, che – seppure in maniera differente – può coinvolgere sia l’uomo che la donna. In quest’ultima può comparire in età puberale, spesso in associazione a patologie come l’ovaio policistico, diventando più evidente soprattutto in menopausa, quando la riduzione degli estrogeni favorisce l’azione degli androgeni sul follicolo.

Il risultato è un progressivo assottigliamento dei capelli e una riduzione della densità, prevalentemente nella zona centrale del cuoio capelluto, con conservazione della linea frontale.

Nell’uomo invece l’esordio è generalmente più precoce e il diradamento segue un pattern tipico, con interessamento delle regioni fronto-temporali e del vertice. Il ruolo del diidrotestosterone è più diretto e marcato, determinando una miniaturizzazione follicolare più rapida. In altre parole, nell’uomo l’alopecia androgenetica è più precoce, localizzata e progressiva, mentre nella donna è più diffusa, tardiva e fortemente influenzata dalle variazioni ormonali, rendendo necessario un approccio diagnostico e terapeutico personalizzato.

Qui le terapie disponibili hanno l’obiettivo di rallentare la progressione della malattia e preservare i follicoli ancora vitali, combinando trattamenti topici come minoxidil o finasteride, terapie sistemiche selezionate come gli inibitori della 5-alfa-reduttasi quando indicati, integratori mirati a supporto della salute del capello e, in casi selezionati, approcci fisici come PRP o microneedling. L’approccio integrato permette di intervenire in modo mirato, rallentando il diradamento e favorendo il mantenimento della densità capillare.

Rientrano tra le alopecie non cicatriziali anche le cosiddette cadute reattive, o telogen effluvium, spesso correlate a stress fisico o emotivo, eventi acuti, carenze nutrizionali o condizioni sistemiche. In questi casi l’approccio terapeutico è principalmente causale e si basa sull’individuazione e sulla rimozione del fattore scatenante, sul supporto nutrizionale e su un attento monitoraggio clinico.

Tra le alopecie non cicatriziali troviamo infine l’alopecia areata, caratterizzata dalla comparsa improvvisa di chiazze ben delimitate prive di capelli. Nel tempo queste aree possono ampliarsi e, nei casi più severi, coinvolgere gran parte del cuoio capelluto o altre zone del corpo. Alla base della patologia ci sono una predisposizione genetica e un meccanismo autoimmune: un fattore scatenante induce il sistema immunitario ad attaccare erroneamente il follicolo, bloccando la produzione del capello senza distruggerlo.

Cos’è l’alopecia cicatriziale?

Le alopecie cicatriziali sono forme di perdita dei capelli meno frequenti, ma clinicamente più complesse e delicate. In queste condizioni il follicolo pilifero viene progressivamente danneggiato fino a essere distrutto e sostituito da tessuto fibroso, rendendo impossibile la ricrescita dei capelli nelle aree interessate. Tra le principali cause rientrano patologie infiammatorie come il lichen planopilaris e il lupus eritematoso cutaneo, che possono manifestarsi con arrossamento, desquamazione, prurito, bruciore o dolore a livello del cuoio capelluto.

Proprio per la natura irreversibile del danno follicolare, la diagnosi precoce riveste un ruolo fondamentale. Attraverso l’esame clinico, la tricoscopia e, quando necessario, la biopsia cutanea, è possibile valutare l’attività della malattia e distinguere le aree ancora potenzialmente preservabili da quelle ormai compromesse. Il trattamento non permette di far ricrescere i capelli già persi, ma si concentra sul controllo dell’infiammazione e sul rallentamento o arresto della progressione della patologia.

Le strategie terapeutiche possono includere terapie locali applicate direttamente sul cuoio capelluto, infiltrazioni intralesionali e, nelle forme più estese o attive, trattamenti sistemici antinfiammatori o immunomodulanti, sempre accompagnati da un monitoraggio regolare per proteggere le zone ancora sane.

Come si diagnosticano?

In tricologia, il fattore tempo è determinante: individuare una caduta dei capelli o un disturbo del cuoio capelluto permette di distinguere con precisione tra le diverse patologie e impostare strategie terapeutiche mirate, anche per evitare danni irreversibili ai follicoli piliferi. Una diagnosi accurata combina l’esame clinico con la valutazione tricoscopica: è un approccio integrato che permette di osservare nel dettaglio lo stato dei follicoli e del cuoio capelluto, fornendo informazioni preziose per scegliere le terapie più adatte e preservare la salute dei capelli nel lungo periodo.

In alcuni casi, possono essere utili anche esami del sangue, ma il loro ruolo va interpretato con attenzione. Nelle cadute reattive, come il telogen effluvium, gli esami aiutano a individuare eventuali carenze nutrizionali di ferro, rame o zinco, oppure disfunzioni della tiroide. Al contrario, nell’alopecia androgenetica non sono generalmente necessari, perché la malattia dipende dalla sensibilità dei follicoli al testosterone e non da un eccesso ormonale. Nella forma di alopecia areata, invece, gli esami del sangue non servono a fare la diagnosi, ma consentono di indagare eventuali patologie associate, spesso di natura autoimmune, come tiroidite, gastrite autoimmune o celiachia.

Prima di intraprendere terapie di secondo livello, che modulano il sistema immunitario, questi controlli sono fondamentali per escludere infezioni o condizioni latenti come epatiti, HIV o tubercolosi, evitando rischi significativi per il paziente.

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